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Celso Macor

Biografia

Nacque a Versa, presso Romans d’Isonzo (Gorizia), il 4 agosto 1925. Conseguita la maturità classica presso il Liceo Dante Alighieri del capoluogo isontino, dal 1962 curò i servizi giornalistici del comune di Gorizia fino ad assumere il ruolo di responsabile dell’Ufficio stampa e pubbliche relazioni. 

Affiancò alla professione una costante attività pubblicistica, in particolare quale direttore dei periodici «Iniziativa Isontina», «Alpinismo goriziano» (notiziario della locale sezione del Club alpino italiano), vicedirettore del settimanale diocesano «Voce Isontina», collaboratore di «Studi Goriziani» e corrispondente del quotidiano romano «Il popolo». 

Dopo L’uomo e la vigna (1971), silloge di ricordi in italiano, ancora all’insegna di una rassicurante continuità, la scrittura in friulano di M. divenne pubblica con le tredici ampie liriche di Impiâ peraulis [Accendere parole], volumetto edito nel 1980 con una premessa di Erminio Pocar. 

Oltre a poesie e frammenti dispersi (la produzione in friulano è stata raccolta nel 1996 in due volumi intitolati I fucs di Belen) mentre nel 1999 alcuni scritti sono stati ristampati con la traduzione slovena in Cui ciantaraja dopo di me? Kdo bo pel za menoj? [Chi canterà dopo di me?], a cura di Jurij Paljk. 

A dieci anni dalla morte, avvenuta a Gorizia il 28 novembre 1998, comparve postumo Ài samenât un ciamp di barburissis. Ho seminato un campo di fiordalisi (2008), edizione degli scritti contenuti in un’agenda che – come segnala il curatore Rienzo Pellegrini – «accosta e compone facce complementari e solidali di una personalità che nell’esercizio assiduo del giornalismo e della letteratura, nei suoi diversi generi, ha espresso intenzioni e ideali non divaricati». 

Singolarità e concretezza discendono anche dalla lingua di Macor, il friulano di Versa, con contaminazioni di quello di Lucinico: tanto fedele alla tradizione quanto tenacemente ancorato a luoghi e tempi di una vicenda umana ben precisa, un impasto che riceve profondità storica dalle voci cadute in disuso, ampiezza geografica dai frequenti germanismi, spessore affettivo dal lessico familiare. M. ha curato la raccolta di tutte le poesie di Franco de Gironcoli e si è misurato anche nella traduzione in friulano (presentata accanto a quella in tedesco e a quella in sloveno) delle Laudes creaturarum di Francesco d’Assisi (1991).

Personalità complessa e discreta con la sua prosa dispiega  una disincantata analisi critica e una volontà di intervento immune dai compromessi, dai radicalismi e dalle chiusure provinciali o identitarie. Senza cadute nella retorica ma con una robusta tensione etica. L’altra costante della sensibilità umana di Macor è la consapevolezza di vivere non soltanto nel tempo del tramonto di un mondo, ma anche in uno spazio geografico incerto e segnato dall’esperienza del confine. Stringendosi proprio a quel margine, M. ha potuto dare libero corso alla lungimiranza politica, al rinnovamento culturale, alla responsabilità comune per la pace, all’idea di un mondo diverso. 

 

E il confine compare nel titolo di una delle sue prose più emblematiche, Dulà che la Furlania ’a finìs [Dove il Friuli termina], una denuncia lucida che fonda l’impegnativa eredità di Macor: «Ué ’l è un altri vivi, un altri murî da storia: ’l è un murî di anima tal mont che si fâs grîs, ’l è un murî di peraulis di vôns tal sflandôr, tal bon sunsûr da grandi’ lenghis che sopressin dut tuna invasion cun altri’ armis. Son li’ lez da economia a talpassâ ogni diviarsitât di cultura e di etnia. Pragmatisin, ué, no chel strazzâ timp che si clama puisia» [Oggi c’è un altro vivere, un altro morire della storia: è un morire d’anima nel mondo che ingrigisce, un morire di parole d’avi nello splendere, nel suonar bene delle grandi lingue che annullano tutto invadendo con altre armi. Sono le leggi dell’economia a calpestare ogni diversità culturale ed etnica. Pragmatismo, oggi, non quello spreco di tempo che si chiama poesia].

 

(testo tratto da Dal Dizionario Biografico dei Friulani)